Prelievi forzati Amam: pioggia di ricorsi e accuse di illegittimità
Cresce la bufera intorno ai prelievi forzati attuati da Amam, la società che gestisce il servizio idrico a Messina. Sono migliaia gli utenti che si sono visti sottrarre denaro direttamente dal conto corrente, in seguito ad azioni esecutive affidate a una società privata di recupero crediti. Il caso è ormai diventato un caso politico e giudiziario.

Il Pd prepara un dossier: “Azioni arbitrarie e fuori controllo”
Il gruppo consiliare del Partito Democratico ha annunciato la presentazione di un dossier dettagliato, che verrà reso pubblico nelle prossime ore. Al centro del documento, le procedure di pignoramento presso terzi attuate da Amam tramite una società calabrese, la B Consulenze, con sede a Montalto Uffugo (CS).
Secondo il Pd, l’intera operazione manca di trasparenza e potrebbe presentare profili di illegittimità.
I casi limite: soldi bloccati anche dopo il pagamento
Le segnalazioni si moltiplicano. Un ex funzionario universitario ha raccontato di essersi visto bloccare 1.890 euro sul conto, nonostante avesse già saldato quella cifra in bolletta. Anche dopo aver ottenuto una liberatoria da Amam, i fondi non sono stati sbloccati dalla banca. Un errore, certo, ma emblematico di un sistema che sembra operare senza adeguati controlli.
Un altro caso riguarda un prelievo da oltre 16.000 euro eseguito sul conto dell’avvocato Salònia, che ha presentato quattro ricorsi in sede giudiziaria, contestando non solo la legittimità dell’azione, ma anche la prescrizione delle fatture, risalenti – in alcuni casi – addirittura al 2010.
Il Codacons: “Prelievi illegittimi senza decreto ingiuntivo”
A intervenire con forza è anche il Codacons, tramite l’avvocato Francesco Cardile. L’associazione ha già avviato numerosi ricorsi individuali a tutela dei cittadini colpiti dai pignoramenti diretti.
“La procedura adottata da Amam è illegittima – afferma Cardile –. Nessuna società di recupero crediti può sostituirsi al giudice. Serve un decreto ingiuntivo e il diritto di opposizione per l’utente. Solo il giudice può autorizzare un pignoramento presso terzi”.
Il Codacons si dice pronto a impugnare ogni provvedimento ritenuto viziato e invita i cittadini coinvolti a non restare in silenzio.
Cifre da capogiro: il 44% degli utenti è moroso
Il contesto in cui si inserisce la vicenda è tutt’altro che marginale. Amam deve recuperare crediti da oltre 50.000 utenti morosi, secondo i dati più recenti. Si stima che il 44% degli utenti nel 2024 non abbia pagato le bollette dell’acqua, generando un buco multimilionario nelle casse dell’azienda.
È evidente che si tratta di una situazione finanziariamente esplosiva, ma che non può essere gestita a scapito delle garanzie costituzionali dei cittadini.
Tra leggi disattese e errori di comunicazione
A rendere il quadro ancora più critico è la scarsa comunicazione tra Amam e la società di recupero crediti. In molti casi, i pagamenti già effettuati non vengono registrati in tempo, provocando pignoramenti ingiustificati. In altri, si agisce sulla base di bollette prescritte o prive di valore esecutivo.
Secondo alcuni legali, Amam e la società incaricata non avrebbero titolo legale per procedere ai pignoramenti diretti: servirebbe infatti l’intervento dell’Agenzia delle Entrate, come previsto dalla normativa vigente.
Conclusioni: un sistema da riformare
La vicenda dei prelievi forzati Amam mette in luce un problema più ampio, che riguarda il rapporto tra enti pubblici, cittadini e aziende di recupero crediti. La tutela del credito è legittima, ma non può trasformarsi in un automatismo privo di controlli giuridici.
Serve maggiore trasparenza, una catena di controllo più efficiente e il rispetto delle garanzie procedurali che spettano a ogni cittadino. Fino ad allora, sarà legittimo parlare di abusi, e il contenzioso rischia di allargarsi ancora.
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